
Aurora Growth Capital, fondo di expansion capital che, come già espresso nella ragione sociale, investe in piccole e medie aziende italiane ad alto potenziale di crescita ma bisognose di capitali per poterlo esprimere appieno, punta a raccogliere tra gli investitori istituzionali fino a 150 milioni di euro per una nuova campagna di investimenti, che sono già stati individuati. Essendo Aurora un fondo fully paid-up, cioè a capitale versato interamente dagli investitori, la raccolta avverrà in più fasi, con un primo obiettivo di 150 milioni di euro da investire nei prossimi 18 mesi (si veda qui il comunicato stampa e qui la presentazione).
Lo hanno annunciato ieri presso la sede milanese di Aurora Growth la fondatrice e managing partner Patrizia Micucci e Giacinto D’Onofrio, che hanno ieri esposto le strategie di investimento e i nuovi target. “Non è certo piccola la cifra che intendiamo raccogliere, soprattutto perché la raccolta è interamente paid-up, cioè non richiamiamo le risorse quando occorrono, come nel caso dei fondi private equity, per cui procederemo per gradi con l’obiettivo di completare la raccolta entro la fine del 2026” ha spiegato Micucci.
Ricordiamo che Aurora Growth Capital è la strategia di investimento in expansion capital di Renaissance AIFM sarl, società di investimento di diritto lussemburghese, guidata da Fabio Canè, che è attualmente il principale investitore italiano in private equity con circa 4,6 miliardi di euro in gestione alla fine dello scorso marzo (si veda in proposito la cover story di BeBeez Magazine N°40).
In tale contesto Aurora Growth Capital ha attualmente in gestione circa 500 milioni di euro, ripartiti tra il veicolo flagship , che è un FIA di diritto lussemburghese, con scadenza al momento fissata nel 2035, la quale al momento ha in gestione circa 234 milioni di euro, più due veri e propri fondi di co-investimento, Aurora Co-Investment I e II i quali hanno in gestione rispettivamente 57 e 167 milioni. Completano le risorse gestite 36 milioni facenti capo a co-investitori terzi.
Al termine della nuova campagna di raccolta, che sarà condotta presso investitori istituzionali, incluse casse professionali, fondi di fondi e private bank, Aurora Growth avrà quindi a disposizione 650 milioni di euro, tutti gestiti da un proprio team, che comprende sette investment manager coordinati dai due managing partner, e del tutto indipendente da Renaissance, dalla quale Aurora Growth si distingue per una filosofia e uno stile di gestione diverso, orientato sì al sostegno della crescita ma non su holding period eccessivamente lunghi.
Anzi, se sarebbe esagerato dire che Aurora Growth è un investitore “exit-driven”, tuttavia il suo approccio all’investimento ha tra i suoi obiettivi quello di uscirne senza eccessive difficoltà. “Quando entriamo nel capitale di un’azienda, in pratica vendiamo all’imprenditore un’opzione che gli dà facoltà, mediamente dopo tre o quattro anni, di ricomprare la nostra quota, a condizione che si sia rivalutata almeno del 15%” aggiunge Micucci.
Peraltro le exit fungono da base per la remunerazione degli investitori, in quanto con le plusvalenze vengono finanziati i dividendi, mentre il capitale inizialmente investito viene trattenuto per il funding di ulteriori acquisizioni. Schema che ha mostrato negli anni una certa efficacia. Infatti tra dividendi e rivalutazioni delle partecipazioni, investire in Aurora Growth ha reso mediamente l’80% nel periodo tra il 2019 e il 2025.
Finora Aurora Growth ha effettuato 11 exit dall’avvio nel 2018, realizzando un multiplo medio del capitale investito (o cash multiple) di 2,4 volte, senza alcun write off. Gli holding period sono stati molto diversi, spaziando dai tre ai sette anni. “Questo dipende però dalla diversa natura dei business e dei progetti in cui investiamo, che possono rendere necessario restare nel capitale per periodi più lunghi” ha puntualizzato D’Onofrio.
Le exit più recenti sono state quella, nell’estate 2025, da Exacer, produttore di supporti chimici per catalizzatori, quella dalle cliniche veterinarie Bluvet, cedute a fine 2024 a Ca’ Zampa, quest’ultima controllata da Nextalia, e da Veneta Cucine , il cui 30% è stato rivenduto alla famiglia Archiutti nell’ottobre dello stesso anno.
Oggi Aurora ha in portafoglio 12 aziende, che fatturano complessivamente 2,9 miliardi di euro (dato 2025), di cui poco meno di 1,8 miliardi fanno capo a Engineering, gigante della consulenza e servizi informativi alle aziende, in portafoglio dl 2020. “Non è semplice vendere quota in aziende così grandi” ha risposto D’Onofrio a BeBeez su precisa domanda. Altri 325 milioni sono di competenza di Rino Mastrotto, produttore di pelli per i settori auto e moda, in portafoglio dal 2019. In entrambi i casi Aurora aveva co-investito insieme a Renaissance, ma in modo coerente con la sua filosofia, cioè il finanziamento di importanti progetti finalizzati alla crescita.
Aurora investe tra 20 e 50 milioni di euro spesso in minoranze qualificate, ma anche in maggioranze, offrendo alle aziende in portafoglio supporto gestionale, contatti, relazioni, anche in chiave di espansione internazionale, insediando un suo esponente in cda.
Come acccennato in apertura, Aurora ha già individuato le prime target in cui impiegare le nuove risorse. La novità rispetto agli anni scorsi, che hanno visto gli investimenti concentrarsi sui comparti manifatturieri, è la forte presenza del settore dei servizi, come la ristorazione, con un’azienda su cui l’accordo dovrebbe essere raggiunto entro giugno, e altre quattro negoziazioni in fase avanzata su aaltrettante aziende attive rispettivamente nei servizi immobiliari, energetici e di smaltimento rifiuti, oltre a una software house. “Tutte aziende che si sono dimostrate resilienti alle turbolenze finanziarie e geopolitiche degli ultmi anni” ha concluso D’Onofrio.

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