Il meccanismo di composizione negoziata della crisi d’impresa (CNC), avviato il 15 novembre 2021, inizia a farsi spazio: nel 2023 si sono contate quasi 600 istanze presentate e oltre 470 solo nel primo semestre 2024. Un buon avanzamento, se si considera che nel 2021 le istanze erano state 39 per arrivare a 499 a fine 2022. A evidenziare questi dati è Unioncamere (in collaborazione con InfoCamere) nel suo ultimo osservatorio sulla crisi d’impresa pubblicato pochi giorni fa. L’arco temporale preso in considerazione è il triennio 2021-2023, unitamente al primo semestre 2024. In tal modo, si è reso possibile operare un raffronto tra l’annualità precedente alla definitiva entrata in vigore del Codice della crisi (15 luglio 2022) e quelle successive.
Ricordiamo che, come evidenziato nell’articolo pubblicato su BeBeez Magazine n. 16 del 23 dicembre 2023, a due anni dall’entrata in vigore il CNC è cresciuto con un tasso medio di successo delle procedure, calcolato come rapporto tra le istanze chiuse favorevolmente e il totale delle istanze archiviate, che si collocava al 17%, se si escludono dall’analisi i primi due trimestri di operatività dello strumento, in cui l’utilizzo è stato decisamente ridotto, proprio perché ancora molto nuovo. Il dato emergeva dal rapporto Unioncamere pubblicato a metà novembre 2023, proprio in occasione della scadenza dei due anni di operatività della nuova procedura stragiudiziale (si veda altro articolo di BeBeez).
Ricordiamo infatti che l’istituto è stato previsto dalla Legge 21 ottobre 2021 n. 147, che ha convertito con modificazioni il Decreto Legge 24 agosto 2021, n. 118 e che appunto da metà novembre di due anni fa è diventata operativa la piattaforma telematica nazionale delle Camere di commercio attraverso la quale è possibile presentare le domande per accedere alla procedura (si veda articolo di BeBeez).
Tornando al nuovo studio, quella che pare emergere con chiarezza è quindi la tendenza a preferire percorsi di tipo stragiudiziale rispetto a quelli tipicamente concorsuali: il “travaso” da procedure come il concordato preventivo verso altri istituti come la composizione negoziata o gli accordi di ristrutturazione, sembrano rispondere all’evidente esigenza di accorciare i tempi, diminuire i costi, garantire la continuità aziendale e, comunque, evitare il ricorso (per quanto possibile) alle aule dei tribunali.
Infatti, secondo Unioncamere, anzitutto, si registra un lieve calo del ricorso alla procedura di fallimento/liquidazione giudiziale passata da 8.720 aperture nel 2021 a 7.685 nel 2023, con una flessione più significativa nel corso dell’anno 2022. Tra i dati più salienti si evidenzia un utilizzo sensibilmente in decrescita del concordato preventivo – da 1.067 aperture nel 2021 a 678 del 2023 (scendendo dal 10,2% al 7,1% sul totale degli strumenti analizzati) – assieme a una riduzione, anch’essa significativa, dello strumento della liquidazione coatta amministrativa (da 372 unità nel 2021 a 222 nel 2023). Di contro, va posta in forte evidenza la conferma – ormai da qualche tempo – dell’utilizzo degli accordi di ristrutturazione, che ormai fanno registrare oltre 300 aperture all’anno e, parimenti, l’impennata appunto del nuovo istituto della composizione negoziata. Il ricorso al concordato semplificato, che può essere attivato solo a seguito di un tentativo di composizione negoziata non andato a buon fine, non risulta invece particolarmente elevato, attestandosi nel 2023 sulle 70 domande presentate.
Focalizzandoci sulla composizione negoziata, emerge che tra le imprese ricorrenti a questa metodologia prevalgono le società di capitale (80,3%) e quelle con classe di addetti tra 2 e 50 unità (dove si concentra il 71,7% dei richiedenti), mentre il 33,3% delle imprese fa registrare un valore della produzione tra 1 milione e 5 milioni di euro (valore medio passato da circa 4 milioni di euro nel 2021 a 9 milioni di euro nel 2023, per arrivare a 32 milioni di euro nei primi 6 mesi del 2024). Il numero medio di addetti per impresa è pari a 39 (era di 26 addetti nel 2022 ma è di ben 66 addetti nei primi mesi del 2024). La maggioranza delle imprese appartiene al settore economico delle attività manifatturiere (24%), del commercio all’ingrosso e al dettaglio (20,5%) e, a seguire, delle costruzioni (12,8%). Cresce, in definitiva, la “grandezza” media delle aziende che fanno ricorso a tale strumento, in termini di valore della produzione, addetti e dimensione.
Un secondo elemento che sembra emergere, sempre secondo Unioncamere, “e che speriamo possa essere ancora maggiormente confermato dal correttivo al Codice della crisi approvato proprio in questi giorni – è il successo che la transazione dei debiti verso lo Stato ha avuto, nel tempo, all’interno di certi istituti. Questo è stato certamente vero per gli accordi di ristrutturazione dove da tempo è prevista la possibilità di negoziare il debito tributario e previdenziale, ma parimenti si spera che ciò possa accadere anche per la
composizione negoziata, dove l’introduzione della transazione fiscale (ma non di quella previdenziale) è stata appena introdotta dal legislatore nel Correttivo al Codice della crisi in via di pubblicazione”.
Non mancano infatti aspetti e punti da approfondire, come raccontato da BeBeez Magazine nel dicembre 2023. “L’atteggiamento del fisco e degli enti previdenziali, spesso rappresentativi di gran parte del debito di aziende in crisi, nei confronti della Composizione Negoziata è tra gli aspetti che andrebbero rivisti anche in chiave normativa”, aveva precisato Alessandro Danovi, professore di management presso l’Università degli Studi di Bergamo ed esperto di crisi aziendali (nonché commissario straordinario dell’Ilva). Ma sotto questo aspetto si è registrato un importante sviluppo. Aveva concluso: “È di pochi giorni fa l’accettazione da parte dell’Agenzia delle Entrate di una richiesta di stralcio di crediti tributari da parte di un’azienda in CNC. È un precedente importante”, aveva sottolinea ancora Sandro Pettinato, vice segretario generale di Unioncamere. Che aveva aggiunto: “Lo strumento comincia a essere conosciuto meglio, e di conseguenza a essere utilizzato nel modo più giusto. Non solo da parte degli imprenditori ma anche di tutte le altre parti coinvolte. Ciò riguarda le stesse banche. La normativa prevede che queste e altri intermediari creditizi possano partecipare attivamente alla Composizione Negoziata, ma senza interrompere i finanziamenti, salvo il caso che lo richiedano le normative di Vigilanza. Tuttavia queste richiedono alle banche maggiori accantonamenti a fondi rischi sui crediti in arretrato. Figuriamoci per una crisi d’impresa. Quindi gli istituti di credito potrebbero comodamente chiudere i rubinetti alle aziende insolventi. Fortunatamente, nelle banche si sta affermando una nuova generazione di manager in grado di non ragionare esclusivamente in termini di garanzie, in special modo reali”. Non va inoltre dimenticato che una massa importante di crediti deteriorati è stata ceduta a forte sconto dalle banche a investitori e servicer specializzati. “Per questi ultimi è molto più agevole accettare piani di ristrutturazione del debito rispetto a un banca”, aveva aggiunto ancora il vice segretario di Unioncamere.















